1 maggio 2018: ma non è forse sempre la stessa storia?

 

Il lavoro manca, è difficile, è pesante, c’è crisi, le donne vengono pagate meno degli uomini, non ce n’è di lavoro, non ce n’è, il posto mio se l’è preso un raccomandato o un extracomunitario che lavora per pochi soldi e senza contributi (manco fosse colpa sua), devo andare al nord o all’estero se voglio lavorare ma mi conviene? Ma è cambiato qualcosa rispetto a trent’anni fa? Macchè, cazzate, è sempre la stessa storia che fa schifo e che si ripete.

Avevo sedici anni quando ho iniziato a lavorare, studiavo e lavoravo, mangiavo niente e dormivo meno, Roma era una giungla ma a me sembrava un sogno, una fatica da bestia, un dolore allo stomaco che mi tormentava, avevo fame, cazzo avevo fame, non era cento anni fa, era solo il 1985, gli uomini non andavano in giro con la clava, sfrecciavano davanti agli occhi miei in grosse macchine ed in giacca e cravatta, profumati, puliti, eppure io l’odore di merda lo sentivo già allora, anche a distanze siderali.

Il mio primo lavoro, assistevo una vecchietta, poveraccia, nelle mani di una figlia vigilessa separata con due ragazze ed un amante collega di lavoro. La povera vecchia urlava allettata frasi senza senso, io ero solo una bambina a cui la vita aveva dato un’altra bambina da crescere. Avevo fame ma tanto coraggio. Tornavo a casa sfinita, la scuola, mia figlia, la vecchia isterica, la vigilessa sexy e malvagia che a fine mese non mi diede neppure la metà di quello che mi aveva garantito.

Il secondo lavoro, segretaria in uno studio legale, durò poco, quando gli portai le sue scartoffie del cazzo da firmare mi piazzò una mano sul culo come se fosse “tutto compreso” nello stipendio da fame che si degnava di darmi, senza contributi, ovviamente.

Il nuovo lavoro, capo segreteria in un altro studio legale, mentre intanto studiavo per laurearmi in giurisprudenza, una figlia, un marito, ore e ore di trenino e metropolitana per arrivare da Ostia a Roma centro, pochi soldi e tanta fatica in un’atmosfera di puro terrorismo psicologico. Però m’ha insegnato cos’è la vita, quanto è dura la vita, che nessuno ti regala niente e che per mangiare devi sudare e soffrire come un cane.

E poi assistente nello studio di un medico legale. Interi pomeriggi a scrivere relazioni, tutte uguali, cambiava giusto qualche dato ma per il resto c’era una sorta di prestampato da ricopiare per tutti e per qualsiasi tipo di patologia. In me sempre più lo sgomento per ciò che osservavo incredula e spaventata. Ma che cazzo di mondo era quello in cui vivevo?

E intanto scrivevo, libri, poesie, romanzi, racconti, favole. Era l’unico modo che conoscevo per difendermi da tutta quella mischia di malati di mente, su tutto il Dio denaro, imparai che si può essere disposti a tutto pur di “guadagnare”, ma proprio qualsiasi cosa pur di aumentare l’entrata a fine mese. Ma io che c’entravo in tutto questo? Io avevo solo bisogno di lavorare e di portare a casa uno stipendio per tirare avanti la carretta, così uscivo di casa con una specie di corazza che toglievo solo al mio rientro quando trovavo la mia famiglia ad aspettarmi e mi sentivo finalmente fuori pericolo.

La pratica in un giornale locale, il tesserino da giornalista, finalmente chiara la mia strada, era quello che avrei voluto fare, mi impegnai come forse in nessun’altra cosa nella mia vita, ci credevo, prevedevo un futuro bellissimo, ero in gamba, fu chiaro fin da subito, quindi nella mia semplice visione del mondo l’associazione era fin troppo facile. Brava = lavoro.

Non era proprio così, infatti non fu affatto così.

Ancora un nuovo lavoro, addetto ufficio stampa, anche qui fu dura da morire. Orari di lavoro assurdi, compreso il sabato e la domenica, i festivi e la sera, quando c’erano le inaugurazioni e le presentazioni, mezz’ora di pausa pranzo, a volte nemmeno quella. Stipendio da fame, ma una grande occasione, imparai un altro lavoro e fui grata per l’opportunità che mi venne data.

Intanto cercavo lavoro come giornalista, colloqui, incontri, curriculum a destra e manca, agganci, conoscenze, amici, parenti, colleghi, consigli da chiunque e da dovunque.

Ma il tizio che mi fece miracolosamente ottenere un colloquio all’Adnkronos, in pieno centro ed in pieno giorno, mentre sbucavo fuori dalla mia cinquecento rossa, mi afferrò e mi sparò un bacio in bocca ed una mano sul culo. La mia carriera all’Adnkronos si concludeva ancora prima di cominciare, così come accadde per tutte le altre possibili opportunità e rimasi, così, l’unica “fuori gioco”, mentre le mie amiche-colleghe ottennero TUTTE un contratto di lavoro presso un qualche giornale. Ricordo un altro tizio, un capo redattore dal nome ormai rimosso, che davanti alla macchinetta del caffè mi disse “Ti amo”, lo avevo visto due volte e ci aveva provato già tre.

Pubblicai i miei libri, continuai a fare la mamma e la moglie, lavoricchiavo, tiravo avanti, speravo meno di trovare un posto in un giornale, ma ci speravo sempre, arrivò il contratto come capo ufficio stampa di una grossa società, il mio primo contratto a tempo indeterminato, avevo quasi quarant’anni, avevo iniziato a lavorare, senza alcun periodo di interruzione, all’età di sedici anni. I miei primi contributi arrivavano a quasi quarant’anni! Ci sarebbe stato davvero da festeggiare, ma sinceramente di fare festa io non ne avevo proprio voglia, mi sembrava così inverosimile tutto quello che accadeva e tutto quello che vedevo. Nonostante fossi un capo ufficio stampa, ero una donna, eh, un particolare mica da poco. Iniziai a stare attentissima a ciò che indossavo, alle scarpe, al trucco, ai capelli, cercavo di essere invisibile, fosse mai che risultassi attraente pure senza volerlo e poi quella mano sul culo magari si poteva pensare che me l’ero andata a cercare. Stavo attenta a tutto ciò che dicevo, sceglievo con cura gli argomenti, il tono, la mimica, iniziai a non essere più sorridente come d’abitudine, a non essere sincera, vera, spontanea, non volevo sciupare quella grossa opportunità che mi ero guadagnata all’età di quasi quarant’anni, così divenni triste, ma di una tristezza che sembravo malata. Ero talmente spaventata che iniziai a parlare poco, sempre meno, mi alzavo pochissimo dalla mia sedia, mi allontanavo il minimo indispensabile dal mio ufficio, evitavo i corridoi, la mensa, la macchinetta del caffè. Mi rintanai in quella stanzetta lavorando come una bestia, ero brava, ma rimaneva sempre il fatto che ero una donna e questo faceva si che le remore sulla mia persona fossero sempre molte. Sarà capace? Sarà all’altezza? Avrà abbastanza carattere per tener testa durante le riunioni? Era un mormorio continuo ed un logorio costante. Mi stavo spegnendo lentamente, in un momento della mia vita in cui, al contrario, avrei dovuto accendermi e brillare come fossi un albero di Natale la sera della vigilia.

Perché ci sono molti modi di morire sul posto di lavoro, non solo cadendo da una impalcatura o schiacciati contro un muro, ma privando una persona della sua dignità nel luogo in cui trascorre, di solito, la maggior parte del suo tempo per tutto il resto della sua vita. Si muore lentamente quando qualcuno ti toglie l’entusiasmo e la voglia di lavorare, quando colui che dovrebbe guardarti con occhi di rispetto e parlarti con educazione e garbo e modo, perché è grazie a ciò che tu fai ogni giorno per lui che lui mangia, vive e si diverte, proprio lui, invece, ti tratta come una puttana, convinto del fatto che tu, donna, pur di fare carriera o guadagnare qualche centinaio di euro in più a fine mese, non disdegnerai le sue attenzioni e non ti tirerai indietro, lui si sente forte perché può, in qualche modo, migliorare la tua vita e quella della tua famiglia, “migliorarla”, lui è convinto che può “migliorarla”, mentre ignora completamente e volutamente o forse solo perché è un idiota, un fottuto idiota, il fatto che tu ogni giorno torni a casa con una cicatrice in più da qualche parte del tuo corpo e della tua anima e che finisci per maledire il tuo lavoro, “maledire il tuo lavoro”. Questo accade, tante volte, molte più volte di quante noi possiamo immaginare. Accade, incredibilmente accade.

Non ho ceduto mai, neppure davanti a proposte davvero interessanti, per onestà e perché, orgogliosa come sono, volevo poter dire a me stessa ed a tutto il mondo che la carriera l’avevo fatta perché me lo meritavo.

Diventai mamma per la seconda volta e decisi di lasciare il mio lavoro. Ero così stanca e stressata perché come amo dire a modo mio “dovevo ingoiarmi il rospo con tutto il principe”.

Continuai a scrivere romanzi, racconti, poesie, storie, favole, reportage di viaggi, parlavo d’amore perché ormai non dovevo più uscire la fuori a fare la guerra.

Ci preoccupiamo dello straniero che ci ruba il lavoro, ci facciamo piccole guerre d’invidia tra colleghe, crediamo nella politica che ci garantisce diritti, ci aggrappiamo con le unghie e con i denti a ferie, malattie, permessi e festività, ci hanno fatto credere a tutte le belle storie che ci raccontano e ci hanno riempito di paure e di timori, ma molto astutamente ci hanno indirizzato verso il destinatario sbagliato.

Io non ho avuto nessun extracomunitario che mi abbia mai rubato il lavoro e questo rischio non l’ho mai davvero corso e neppure l’ho intuito lontanamente, non mi sono mai rifiutata di rimanere oltre l’orario di lavoro, non ho guardato al giorno dell’accredito del mio stipendio, non mi sono mai risparmiata, mai, ho lavorato tanto, duramente ed in ogni condizione fisica, ho cercato di migliorarmi ogni giorno, ho studiato anche di notte, ho letto tantissimo per adeguarmi ad ogni standard di lavoro, ho dormito poco e mangiato meno, in alcuni momenti il contrario, ma il concetto non cambia. Ho amato il mio lavoro. Ma ciò che voglio urlare a squarciagola è che chi lavora ha diritto ad essere rispettato, perché se il lavoro è sacro il lavoratore è Dio, perché non esisterebbe nessun lavoro senza il lavoratore. E allora vorrei sempre urlare a squarciagola che le ore di lavoro vanno retribuite, che i contributi vanno versati, che le mani sul culo le potete mettere a vostra moglie o a qualche allegra signorina che svolge l’antico mestiere di “dispensatrice di felicità a pagamento”.

Nel 2016 mi sono riaffacciata al mondo del lavoro, ero così entusiasta, facevo la giornalista e per giunta nella mia città natale, mi fidai nuovamente “del nemico” e così nel 2016, quando gli uomini non vanno più in giro con la clava ormai da un pezzo, mi ritrovai a lavorare senza contratto e senza contributi…e senza stipendio.

Il pericolo, ancora una volta, non arriva dal poveraccio, vestito male, sporco, affamato e privo di cultura, il criminale, ripeto ancora una volta, va in giro con grosse macchine, portafoglio pieno, giacca e cravatta e profumi costosi, pulito ed impeccabile, anche se pure oggi, come allora, io la puzza di merda la sento fortissima anche da distanze siderali.

Comunque era solo per rassicurare tutti i giovani che oggi si disperano ed urlano alla crisi, alla società malata, alla disoccupazione, alla necessità di dover partire per lavorare, tranquilli, non è cambiato nulla, eravamo anche noi nella stessa identica situazione in cui siete voi oggi, sono passati più di trent’anni. E allora sai che c’è? Guardiamoci il concertone di Piazza San Giovanni in televisione e facciamoci prendere per il culo anche quest’anno. Con la musica di sottofondo fa meno male. Amen.

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