I girasoli di Van Gogh ed i papaveri di Monet.

Li ho amati questi uomini, li ho amati così tanto da esplodermi addosso da sola. Kamikaze mi chiamo e da quando sono nata me ne vado in giro piena di esplosivo, astrolite, pirodex e flash powder, negli anni ho perfezionato la miscela, addirittura migliorandola, ammonal e C-4 su consiglio di un amico militare che lamentava una eccessiva superficialità nella confezione del mio abito. Ma in fondo non ho rappresentato mai un vero pericolo, né per me stessa né per gli altri. Solo due volte, però, ho sperimentato detonazione e deflagrazione, e per creare l’effetto della spettacolare fiammata, mi sono ispirata agli specialisti di effetti scenici cinematografici. Ho immerso il materiale esplosivo nel combustibile, così che l’esplosione generasse quelle grandi e straordinarie vampate di fuoco tipiche dei film d’azione.

Dovevano assistere tutti perché fossi più credibile.

Due volte, due volte soltanto ho creato davvero il panico, ho visto la gente fuggire in ogni direzione, nell’illusione di potersi e di sapersi salvare. Ma figuriamoci. Io i danni li faccio bene, li preparo per un tempo lunghissimo, faccio le prove dei danni, io, mica sono una dilettante e neppure una principiante. Sono andata a scuola, io, a scuola di danni. Non ho saltato neppure una lezione, ho preso 10 in tutte le materie, ero l’orgoglio dei miei maestri che stupiti mi ricoprivano di elogi e mi ripetevano “ora sei pronta, sei veramente pronta”. Lo ero da un punto di vista scolastico, ma non da un punto di vista sentimentale, perché un kamikaze mica si fa esplodere quando ha finito il corso, no, ha bisogno di un altro lungo periodo di preparazione che nulla ha a che  vedere con i libri di testo. Ci deve credere, si deve convincere, deve essere certo che i danni che andrà a compiere siano “perfetti”, deve calcolare in modo statistico le ripercussioni, le reazioni, il futuro, cosa accadrà dopo l’esplosione a chi rimane intatto e a chi si sfrantuma in milioni di minuscoli pezzettini, deve calcolare con precisione maniacale dove andranno tutti quei frammenti, chi colpiranno direttamente ed indirettamente, per caso fortuito, deve sapere che dopo, in quel dopo in cui non ci sarà più, tutto è sistemato come da previsione, perché “dopo” non ci sarà più in prima persona per fare le sue valutazioni, “dopo” è una parola che apparterrà agli altri ma non a lui, il kamikaze è un lavoro complesso, non è per tutti, bisogna saperlo fare, ma soprattutto bisogna nascerci kamikaze cosi come bisogna morirci da kamikaze.

Due volte mi sono lanciata nel vuoto e mi sono fatta esplodere. Come faccio a raccontarlo? L’ho scritto prima che accadesse perché lo avevo previsto, il kamikaze è un po’ indovino, un po’ mago, un po’ folle. Le ho viste entrambe, le mie due volte, le ho viste prima che accadessero, per questo tutto è riuscito così alla perfezione, non è stato qualcosa di improvviso ed imprevisto, era già accaduto dentro di me prima che accadesse fuori di me.

“Oh che meravigliosa sensazione di leggerezza, volo, plano, senza nessuna direzione, ed è fantastico”. Non si hanno più obiettivi, dopo, perché sono stati distrutti, disintegrati, annientati, stritolati, infiammati, incendiati. Il nulla, si vola senza direzione e senza obiettivo. E questo può capitare solo ad un kamikaze, un kamikaze preparato.

Ma la cosa ancora più singolare, più bella è che prima di distruggere tutto, lo ha creato quel tutto, con altrettanta perfezione e progettualità, così come la distruzione. Il kamikaze l’ha cercato l’obiettivo, ha mirato con precisione, lo ha avvicinato e lo ha studiato. Col tempo ha fatto sì che l’obiettivo si fidasse di lui, fino ad arrivare a mettere la sua vita nelle sue mani, gli hai dato certezze, il kamikaze, fatte di sorrisi e gesti d’amore, lo ha coccolato, viziato, consolato, lo ha reso felice, l’obiettivo, come nessun’altra cosa al mondo. Ha creato un mondo perfetto per lui, un posto in cui si sentisse al sicuro. Ha atteso che la sensazione di benessere lo portasse ad un rilassamento totale, ha deposto finalmente le armi, l’obiettivo, non si protegge da lui né si nasconde, si apre completamente a lui, gli racconta tutta la sua vita, i segreti, ma soprattutto gli fa conoscere le sue paure, e lì allora il kamikaze è pronto a farsi esplodere perché sa, che anche dinanzi alla catastrofe imminente, lui, l’obiettivo, non opporrà nessuna resistenza.

Sono rimasti entrambi dinanzi a me, l’ultimo istante prima dell’esplosione, coscienti e consapevoli della loro fine, non dimenticherò mai, non potrò dimenticare mai, i loro occhi, quasi supplicavano che arrivasse la fine perché l’inizio era ormai troppo lontano e la resa rappresentava l’atteggiamento più vero che potessero esprimere. Il silenzio prima dell’esplosione, anche quello ricordo benissimo, dopo tante parole, anni di parole, discorsi, dialoghi, monologhi, inutili per l’obiettivo e per l’attentatore. Sono esplosi entrambi, scomparendo dalla mia vista, in un battito d’ali, in un respiro notturno, in un alito di vento, sono “scoppiati” come fossero palloncini, ma non avevano colore e non mettevano allegria. Quel filo sottilissimo che li teneva legati alla realtà era scappato via di mano, erano già a metà tra cielo e terra ancora prima di sparire definitivamente. Lo hanno visto l’esplosivo di cui mi ero imbottita, con un leggero gesto delle mani ho aperto il soprabito, ma questa volta sotto non c’era il vestito di seta nera scollato sulla schiena appena sopra il ginocchio, non c’erano gambe lunghe su tacchi a spillo, né quel rosso Chanel sulle mie labbra, neppure i girasoli nei miei occhi. Non hanno tentato di fermarmi. Nessuno dei due. Hanno aspettato che li finissi, dopo che per anni li avevo tramortiti entrambi, ricoprendoli di un amore così grande da poter dire oggi, con efferata sicurezza, che il vero kamikaze fu lui, l’amore, non io. Erano esplosi già prima della detonazione, ne sono certa. Davanti a me, il giorno dell’esplosione, l’illusione che fossero ancora lì, in realtà se ne erano andati via molto tempo prima che io immergessi il materiale esplosivo nel combustibile. E allora, e per questo, non mi sento più molto colpevole. Forse i veri kamikaze furono loro, non io, forse si sono lanciati nel vuoto privi completamente di preparazione e di danni ne hanno fatti molti di più di quelli che credono. Ma che importa ormai, abbiamo vissuto tutti da kamikaze e siamo morti da innamorati, ed un giorno, chissà, da qualche parte ci ritroveremo e ci racconteremo la verità, la verità su quell’amore grande, ma così grande da aver creato un’autocombustione che ha cosparso la terra tutt’intorno, non di sangue, ma di bellissimi girasoli.

Li ho amati questi uomini, li ho amati così tanto da esplodermi addosso da sola.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *