La dignità e la coerenza di una vita in direzione ostinata e contraria

da “Storia di un impiegato”

Anche se il nostro maggio
ha fatto a meno del vostro coraggio
se la paura di guardare
vi ha fatto chinare il mento
se il fuoco ha risparmiato
le vostre Millecento
anche se voi vi credete assolti
siete lo stesso coinvolti.

E se vi siete detti
non sta succedendo niente,
le fabbriche riapriranno,
arresteranno qualche studente
convinti che fosse un gioco
a cui avremmo giocato poco
provate pure a credevi assolti
siete lo stesso coinvolti.

Anche se avete chiuso
le vostre porte sul nostro muso
la notte che le pantere
ci mordevano il sedere
lasciamoci in buonafede
massacrare sui marciapiedi
anche se ora ve ne fregate,
voi quella notte voi c’eravate.

E se nei vostri quartieri
tutto è rimasto come ieri,
senza le barricate
senza feriti, senza granate,
se avete preso per buone
le “verità” della televisione
anche se allora vi siete assolti
siete lo stesso coinvolti.

E se credente ora
che tutto sia come prima
perché avete votato ancora
la sicurezza, la disciplina,
convinti di allontanare
la paura di cambiare
verremo ancora alle vostre porte
e grideremo ancora più forte
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti,
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.

 

da “Storia di un impiegato”

…e io contavo i denti ai francobolli
dicevo “grazie a Dio” “buon Natale ”
mi sentivo normale
eppure i miei trent’anni
erano pochi più dei loro
ma non importa adesso torno al lavoro.

Cantavano il disordine dei sogni
gli ingrati del benessere francese
e non davan l’idea
di denunciare uomini al balcone
di un solo maggio, di un unico paese.

E io ho la faccia usata dal buonsenso
ripeto “Non vogliamoci del male ”
e non mi sento normale
e mi sorprendo ancora
a misurarmi su di loro
e adesso è tardi, adesso torno al lavoro.

Rischiavano la strada e per un uomo
ci vuole pure un senso a sopportare
di poter sanguinare
e il senso non dev’essere rischiare
ma forse non voler più sopportare.

Chissà cosa si trova a liberare
la fiducia nelle proprie tentazioni,
allontanare gli intrusi
dalle nostre emozioni,
allontanarli in tempo
e prima di trovarsi solo
con la paura di non tornare al lavoro.

Rischiare libertà strada per strada,
scordarsi le rotaie verso casa,
io ne valgo la pena,
per arrivare ad incontrar la gente
senza dovermi fingere innocente.

Mi sforzo di ripetermi con loro
e più l’idea va di là del vetro
più mi lasciano indietro,
per il coraggio insieme
non so le regole del gioco
senza la mia paura mi fido poco.

Ormai sono in ritardo per gli amici
per l’olio potrei farcela da solo
illuminando al tritolo
chi ha la faccia e mostra solo il viso
sempre gradevole, sempre più impreciso.

E l’esplosivo spacca, taglia, fruga
tra gli ospiti di un ballo mascherato,
io mi sono invitato
a rilevar l’impronta
dietro ogni maschera che salta
e a non aver pietà per la mia prima volta.

 

Forse ne avevo bisogno, forse era arrivato il momento giusto, forse doveva farmi compagnia in questa desolante allegria romantica che mi trascino come un peso obbligatorio, un dovere nei confronti di me stessa e dei miei figli, ora che DEVO fare i conti con tutto il resto, a cinquantanni bisogna potersi raccontare qualcosa altrimenti cosa significa viversi la vita? Tante le circostanze che hanno fatto scattare la voglia di “studiarmi” Fabrizio De Andrè, non di ascoltarlo, quello lo faccio da quando sono nata, ma così è tutta un’altra storia. La mia storia, la storia di tutti, dei buoni e dei cattivi, dei belli e dei brutti, dei sani e dei pazzi. Ma tra tutte, la frase di un ragazzo che commentando una canzone di Fabrizio scriveva “Io lo insegno ai miei alunni Fabrizio De Andrè. Bisognerebbe farne una materia a scuola”. E la curiosità delle mie figlie che prima ascoltavano le sue canzoni in silenzio e poi hanno iniziato a chiedere che spiegassi loro i testi. Dapprima il mio stupore poi l’urgenza di farlo, subito, prima che cambiassero idea, i bambini si sa, in modo del tutto ingenuo e pulito cambiano idee, desideri, sogni e interessi. Perché hanno fame di sapere, di conoscere, di capire. Tutto quello che noi perdiamo crescendo e correndo dietro a quello che ci serve per “mangiare” e per pagare le bollette a fine mese. Fabrizio manca perché oggi più che mai sarebbe stato necessario ascoltare le sue parole, percorsi straordinari di vita. Ma poi mi sono resa conto che quello che avrebbe potuto dire, oggi, Fabrizio l’ha già detto molti anni fa. Basta leggere uno qualsiasi dei suoi testi e ci troviamo spalle al muro e testa bassa davanti alla realtà dell’immigrazione, della violenza, dei soprusi, degli abusi, della prepotenza, della schiavitù, della emarginazione, della libertà, della cultura, della saggezza, della prevaricazione, dell’intolleranza, dell’arroganza, della pochezza, della malvagità, dell’amore, dell’ingiustizia. E ancora della religione, del vizio, della poesia, della coerenza e della dignità. Ma quello che mi stupisce e mi riempie di orgoglio è come Fabrizio sia riuscito con la sua presenza a dimostrare che si può apprezzare la sostanza senza il bieco giudizio dell’esistenza. Fabrizio ha avuto una vita “particolare”, vissuta in direzione ostinata e contraria. Ha difeso i fragili bevendo e fumando, in solitudine ed in armonia con i “figli di nessuno”, coltivando se stesso, da sano egoista, per poter essere l’uomo di tutti e di nessuno. Fabrizio appartiene a chiunque, tutti lo amano e ne portano dentro l’anima il significato. Tutti siamo riusciti a superare, in nome di qualcosa di grande, di troppo grande, il senso del giudizio, forse era un alcolizzato, un padre assente, un marito latitante, un “figlio della borghesia”, un “privilegiato” che cantava la miseria e la rendeva una ricchezza. Puttane, ubriaconi, omosessuali, poveracci, drogati, ladri ed assassini, criminali, gente appartenente alla terra di nessuno, gli ultimi, quelli che nessuno vuole vedere, quelli che ci fanno girare dall’altra parte, che causano in noi disgusto e disprezzo, orrore e repulsione. Fabrizio li ha riabilitati TUTTI, semplicemente raccontandoli, ma non come potrebbe fare chiunque di noi, con approssimazione e superficialità, Fabrizio ce li ha raccontati non per quanto valevano o per come apparivano, lui ce li ha fatti entrare in casa nostra dalla porta principale e con le scarpe pulite, profumati e belli, perché un’anima ce l’hanno pure i poveracci ed anche loro hanno una parte bella ma che non possiamo e non vogliamo vedere per non entrare in contrasto con le nostre “nozioni”, con la nostra “didattica”, con quella parte di “buona educazione” con la quale pensiamo di riabilitarci e di riconciliarci con il comune sentire della “buona società”. La rispettabilità si costruisce sulla devastazione degli altri, siamo gente “perbene” se diciamo che un assassino va condannato, una puttana va ammazzata, un alcolizzato è un fallito, un drogato è uno marcio, un giudice va rispettato ed un prete va assolto, comunque vada.

Ma poi qualcosa evidentemente è andato storto ed allora abbiamo iniziato ad amare un uomo che raccontava quella verità che non avremmo voluto sentire mai e per niente al mondo, abbiamo iniziato a traballare ed a pensare, a guardare i poveracci come anime non più dannate ma addolorate. E lui, che beveva e fumava più che respirare, non siamo riusciti a giudicarlo male, perché sorrideva alla vita e alla “cattiva gente” in un modo così naturale da metterci davanti ad una consapevolezza che mai avremmo voluto sentire: forse non è sempre come sembra, forse la brava gente non va sempre in giro in giacca e cravatta e con la macchina pulita. Che Gesù Cristo forse lo possiamo trovare anche fuori dalle chiese e dai funerali, forse anche una puttana può provare l’amore e dentro un bicchiere di alcol ci può essere una disperazione che non viene dal nulla ma dal tutto, dalla ricerca di un se profondo e altro rispetto alle scuole, le famiglie, il lavoro. I carcerieri non sono sempre pastori sardi, ma mariti, compagni, amici, genitori e i traditori spesso siedono nei posti giusti ma nel modo sbagliato, che i “senza vizi” non ce la raccontano giusta e non perché sono noiosi ma perché non dicono la verità, a se stessi in prima battuta e poi a tutti i malcapitati che per un caso o per destino o per errore arrivano a far parte della loro vita fasulla. E la paura è “roba” sana ma va vissuta dentro se stessi e con se stessi e non può essere mai giustificazione al “non fare”, piegando la testa o girandosi dall’altra parte. Che il dito puntato verso il cielo è l’unica direzione che può essere compresa, in caso contrario il dito bisogna avere il coraggio di infilarselo di dietro, perché se non si usa per contare le stelle non può essere usato per nient’altro mai. Ed il potere non è forza, ogni potere è vergogna. Ed anche se poteva sembrare un alternativo, anarchico, sovversivo, lui, Fabrizio, incredibilmente parlava d’amore, forse perché proprio l’amore è il sentimento più alternativo, anarchico e sovversivo per eccellenza. Se fosse qui, mi sono chiesta, chissà cosa avrebbe detto. Poi ho riascoltato La storia di un impiegato ed ho saputo esattamente cosa avrebbe detto oggi, sono trascorsi 46 anni, ma lui le risposte le aveva già. E si fottano i benpensanti che, però, pur essendo benpensanti non hanno il coraggio di contrastare Fabrizio, perché “fa tendenza”, “va di moda”, “lo amano tutti”, ha un consenso pressochè unanime, ma loro non si rendono neppure conto di quello che fanno, vivendo da miserabili e credendosi padroni delle loro vite. Dimostrateci che Fabrizio si sbagliava, argomentate, parlate, raccontate, fatecelo capire il vostro punto di vista che noi siamo aperti a tutto e non vi condanniamo, ma più semplicemente vi cantiamo una canzone di Fabrizio, con una sigaretta in bocca ed un bicchiere di vino in mano, mentre un’altra bottiglia piena sta arrivando al tavolo ed a me a briscola piace vincere. E stanotte magari mi viene in mente un’altra poesia e domani gliela vado a raccontare ad una puttana e ad un barbone, loro mi sanno ascoltare perché non hanno fretta di fare, ma hanno urgenza di essere. Con amore immenso a te Fabrizio.

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