L’orrore ed il rumore

Cos’ è questo rumore? Mi strappa dal mio sonno e dal mio sogno, non riconosco nulla, niente mi è familiare eppure mi tormenta, mi strattona, mi violenta e mi fa orrore. Il terrore prende il sopravvento, ho paura, vorrei spegnere tutto e sentire la melodia con cui son nata, quella nenia che mi ha portata su questa terra dall’immenso paradiso in cui vivevo, isola felice chiamata Palenga. E’ da lì che vengo ed il perché ora lo so, c’erano due anime perse, due cuori infelici, due vite impossibili che mi hanno voluta a tutti i costi, che mi hanno implorata per essere presente e accompagnare il loro incerto cammino. Una notte fredda, freddissima, ho fatto le valigie e son partita, ho salutato tutti, con qualche lacrima ma consapevole che era il mio compito partire. Sono arrivata tra le loro braccia, mia madre e mio padre, tra tante difficoltà, non è stato nulla facile, ma tutto necessario. Era il mio compito ed assolverlo mi sembrava la cosa più bella al mondo. Tremavo, tremavo, tremavo, ho sempre pensato che potevo non essere all’altezza, il compito a cui venivo chiamata era terribilmente complicato, il loro amore infinito ma le loro forze troppo deboli, avrei mai potuto io, piccolo angelo di Palenga, colmare tutto? Li ho amati oltre me stessa, li amo come niente al mondo mai, il mio cuore a volte esplode perché non riesce a contenere tutto questo sentimento, assolvo questo compito con ossessione principale scopo della mia esistenza, di tutte le mie esistenze, sono stata angelo in molte altre vite ma mai avevo deciso di lasciare la mia casa per scendere su questa terra, per loro l’ho fatto sapendo che avrei sofferto e che avrei pagato un prezzo altissimo, ma loro continuavano a chiamarmi, ogni notte, ogni giorno, ogni istante, le loro voci meravigliose hanno fatto da ponte e allora scivolare verso le loro braccia è stata una conseguenza inevitabile. Poi le loro braccia improvvisamente sono state meno forti, meno avvolgenti, non più braccia, ma contorno di un vuoto incolmabile in cui sono precipitata e riprendermi non è più cosa facile, mi lasciano scivolare e risalire sarà sempre più improbabile. Dal cielo al vuoto freddo e ostile, la melodia si è spenta, la nenia è ora solo un rumore assordante. Sento le loro urla, la loro rabbia, cos’è questo rumore? Da tempo ho rinunciato alle mie ali, credevo fossero quelle ad appesantire il mio compito, ma nulla è cambiato, ho smesso di volare per radicarmi di più, per somigliare quanto più potevo a loro, per comprenderli, ma a nulla è servito questo ennesimo sacrificio. Con le mie lacrime e le mie urla cercavo di confondere la loro ira, la nascondevo, la coprivo, ma loro urlavano più forte del mio dolore ed ogni volta mi lasciavo sopraffare dalla loro incredibile potenza. Non si sono fermati mai, davanti a nulla, mi hanno ingannata sempre, ma prima ancora hanno ingannato se stessi credendo che potessi servire io a far crescere in loro la consapevolezza della loro scelta. Sono arrivata su questa terra attraversando un lunghissimo viale incorniciato dall’arcobaleno, ho lasciato valli, monti, laghi, fiumi e mari, montagne, colline, deserti, rupi e strapiombi, la mia piccolissima casa di legno, la mia terra abitata da tantissimi animali cui prestavo cura, amore e dedizione, ho lasciato Palenga con certezze sul mio mondo e su tutti gli altri mondi, una su tutte, che l’amore può ogni cosa, vivo qui ormai da tempo con la certezza che cosi non è, ho conosciuto l’amore di due esseri fragili, un sentimento più grande della profondità dei miei occhi e più violento della tempesta incredibile cui ho assistito, un mare nero come il veleno li ha inghiottiti e trasformati in mostri privi di volto, perché se avessero un volto si vergognerebbero di mostrarlo. Ho conosciuto due estranei che sul viale di casa si danno le spalle, davanti allo sgomento dei miei occhi che sono incapaci di comprendere perché io vengo da Palenga dove finanche gli estranei si dicono buongiorno. Ho conosciuto il dolore che è di gran lunga superiore all’amore per potenza e profondità, ho urlato basta svenendo davanti ai loro occhi indifferenti, perché io vengo da Palenga e avrei potuto sopportare tutto, perché io sono forte, perché io sono speciale. Un giorno anche mio padre disse a mia madre che loro due erano speciali, ma poi non mantenne la promessa e mia madre volle illudersi allora che fossero normali, ma poi dovette dire a se stessa che erano….non trovò una definizione, non esisteva un nome per definire un sogno che si trasforma in incubo e allora ancora oggi la vedo illudersi che doveva andare cosi, che il destino ha deciso che dovessimo andare incontro a tutto questo, perché c’è un senso che non comprendiamo, perché c’è un dio che ci ha messi tutti alla prova, perché la vita è cosi, e mille altri perché per non dire l’unica verità, la sola triste verità, l’incapacità di vivere amando se stessi e gli altri, al di sopra del destino, di un dio, del fato, del caso, del tutto e del niente. Cos’è questo silenzio? Mi ero abituata all’orrore delle loro parole, dei loro insulti, della loro rabbia, ci sono cresciuta dentro e mi sono entrati dentro, ho dovuto ingoiarli, ingerirli, digerirli, non ho avuto scelta mai, ma cosa accade adesso? Abituarmi a nuovi suoni? Che rumore fa il silenzio? Perché non ha rumore il silenzio? La casa è vuota, mi sento persa in questi spazi privi di un uomo e di una donna, di mio padre e di mia madre, che si aggrediscono continuamente anche solo con gli sguardi, sfiorandosi per sbaglio mentre oltrepassano l’uscio, ma finchè erano nello stesso spazio ho potuto illudermi che l’orrore cessasse e tornasse tutto come prima, che tornassero le braccia a riempire quel buco, mamma, papà sto scivolando, il polso da cui mi tenete mi fa troppo male, mamma e papà vi amo troppo, per questo vi chiedo, per l’immenso amore che provo per voi, lasciatemi andare, lasciatemi andare e ancora vi chiedo lasciatemi andare.

Giovanna La Vecchia

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