Will Hunting, la storia di tutti noi

Rivedo Will Hunting ogni volta che posso, fa bene alla salute. Ogni volta il messaggio è sempre più complesso e completo. Uno dei migliori film di sempre sul disagio giovanile e sul genio che spesso l’accompagna. Ho rivisto il film oggi ed ho vissuto questo disagio sulla mia pelle, mi si è attaccato addosso come una ventosa e questa volta, al contrario delle altre, non ho fatto nulla per levarmelo di dosso, ho pianto ancora e ancora e ancora per la presa di coscienza che non ho avuto mai prima d’ora, forte come un veleno che mi ha intossicata fino a farmi vomitare. Il disagio di un ragazzo dagli occhi splendidi, dalla mente straordinaria e dalla vita devastata, dagli adulti, i peggiori traditori, i più vili, vigliacchi ed egoisti. I veri mostri, i falliti,  i perdenti, i “geni” che conducono una vita di vergogna e pretendono che i figli siano “perfetti”, ma oltre al fatto che la perfezione non esiste e nessuno dovrebbe pretenderla mai, da dove dovrebbe nascere questo miracolo della perfezione? Il disagio dei giovani è un riflesso del disagio dei grandi. Le aspettative, il carico di responsabilità, le promesse mai mantenute, i tradimenti morali, i comportamenti quotidiani, i fallimenti, le vergogne e gli insulti all’intelligenza dei giovani crea una sofferenza che muove alla ribellione, alla rivolta ed alla ricerca perenne di libertà, anche attraverso strade completamente sbagliate. Soffocano, come se un laccio tenace gli stringa forte la gola, un cappio, un masso pesantissimo attaccato al collo, e loro sempre più spesso, non riescono, con un peso simile, a spiccare il volo, gli viene molto più facile non opporre resistenza alcuna e lasciarsi scivolare verso la rovina e la fine.  Ci lamentiamo di ogni cosa, rifiutiamo dialoghi e anteponiamo a tutto i nostri bisogni, giustificando il tutto con l’età, la maturità e l’esperienza. Ma ci nascondiamo dietro pretesti che malceliamo, incapaci persino di recitare bene il nostro ruolo. E si, la nostra vita è una continua interpretazione del ruolo di “genitori”, di “educatori”, di “maestri di vita”, ma in fondo non “sentiamo” più niente perché non siamo più “niente”. Ci hanno insegnato che si nasce, si vive in famiglia, si studia, ci si sposa e si fanno i figli. E’ la vita “normale”. Ma è veramente la vita che avremmo voluto? Non sempre e non per tutti. Ma ci stiamo dentro, ci ritroviamo dentro, ci hanno buttato dentro a questa boutade. I nostri figli ci osservano con amarezza, siamo ridicoli, ma il loro amore incondizionato li costringe ad ingurgitare tutto, a volte senza neppure la possibilità di una analisi profonda. Ci sopportano, ci subiscono, ci accettano perché ci amano oltre ogni cosa e noi, noi, si, noi ne approfittiamo, lo sappiamo bene quanto significato assuma il termine “dipendenza”, e lo chiamiamo “amore”, “protezione”, dimenticandoci che da noi dovrebbero “difenderci”, da tutto il male che, a volte, addirittura consapevolmente, facciamo loro, senza ritegno e senza limiti. Alcuni crescendo con cicatrici grosse quanto voragini, sempre aperte e sempre sanguinanti, a volte anche infette e mortali, alcuni, ma sono molto pochi, riescono ugualmente ad avere una loro vita, spesso però facendo male a se stessi ed a coloro che sono intorno a loro, altri crescendo si perdono, altri non crescono affatto, rivendicano una “fanciullità” eterna, perché non accettano il fatto che crescendo potrebbero somigliare a chi li ha cresciuti. Altri subiscono influenze ancora più sinistre, si affidano a compagni e compagne vivendo amori criminali, soccombono, si lasciano usare, sfruttare, uccidere. E’ una catena di violenze inarrestabile, fisiche, morali, psicologiche, vere e proprie prigionie a volte ammantate di intellettualità. Cercano quei punti di riferimento di cui sono stati privati nei momenti più delicati ed importanti della loro vita ed a quel punto, il “punto” di riferimento può essere rappresentato da qualsiasi cosa e da qualsiasi persona, perché non sanno distinguere addirittura il bene dal male. Il disagio cresce a dismisura, si arriva a rifiutare il giusto e si sceglie ciò che è sbagliato, perché l’istinto è quello, ancora, di farsi del male, quando non c’è più il carnefice a procurarglielo, allora se lo procurano da se. Poiché si cresce con una sola grande certezza, quella di non avere il diritto alla serenità ed alla felicità. Lasciano che ci sia qualcuno ad abusare di loro, in ogni modo, se non è l’abusatore a trovarli sono loro  a cercarlo e si offrono a lui come vittima sacrificale. E niente e nessuno può dissuaderli dal fatto che tutto questo sia profondamente sbagliato e che ogni essere umano nasce libero e deve vivere libero. E che l’amore non violenta mai, né il corpo né la mente, l’amore arriva in soccorso e si prende carico dei dolori e non chiede sacrificio, chiede solo consapevolezza. Il disagio dei giovani è il disagio di chi aveva gli strumenti per crescere creature meravigliose e li ha usati, al contrario, come strumenti di tortura nella stanza degli orrori. Nascono bellissimi, puri, forti e capaci, li rendiamo tristi, corrotti, deboli e perdenti, perché ci riesce più facili gestirli, fino ad una certa età, poi quando diventano ingestibili imputiamo tutto alla società, agli altri, alla cattiva scuola, alla mancanza di doti, di virtù e di impegno. Alcuni un bel giorno ci vomitano tutto addosso e spariscono, altri rimangono ma nel peggiore dei modi, che a perderli per sempre sarebbe molto meglio, per loro, rimangono a testa bassa, a guardare il mondo attraverso le loro cicatrici con la convinzione che “sia tutta colpa loro”, che “ci hanno deluso”, che non sono stati all’altezza delle nostre aspettative e che non hanno saputo ricompensare tutti i nostri sacrifici. E si ammalano. Si presentò un giorno da me una donna, una madre, disperata, mi raccontò che sua figlia giovanissima si era ammalata di salpingite, l’infiammazione di entrambe le tube di Falloppio. Era disperata, la figlia avrebbe potuto rimanere sterile, se la malattia non fosse guarita. Diventammo amiche, ci incontrammo spesso, anche insieme ad altre donne, piano piano venne fuori la sua storia, un amore incontenibile tra madre e figlia, una figlia dipendente da lei in modo morboso ed assoluto, disposta a tutto pur di non deludere la madre, intelligente, caparbia, ma piena di rabbia e di rancore, gelosa della madre che avrebbe voluto avere solo per lei, ma la madre era una donna impegnata socialmente, instancabile lavoratrice, con un vissuto pesante e difficile. Mano mano, con il tempo, un tempo lungo anni, il loro rapporto si risolse, gli animi presero ad acquietarsi, i fuochi si spegnevano uno ad uno, tutti i pezzi si ricomponevano, e più la madre salvaguardava se stessa più la figlia guariva. Fu una delle storie più belle e preziose della mia vita, oltre che una storia meravigliosa il cui significato fece assumere un senso diverso anche alla mia vita ed a quella di molte altre donne che comprendevano, attraverso il rapporto di questa madre e di questa figlia, le loro storie ed i loro vissuti. Ho comprato un telefono rosso, squilla in continuazione. Donne, ragazze, ragazzi che hanno solo bisogno di parlare, perché prima di arrivare a soffrire come bestie ed a sbagliare come folli, rimane sempre la grandissima possibilità di “raccontare”, senza che nessuno ci giudichi e ci condanni, ma più semplicemente ci ascolti con la volontà di aiutare. Non si abbandona mai nessuno al suo destino. Mai.

 

 

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