Lo straniero di Giovanna La Vecchia

 

Le aveva dato la sua sciarpa di seta per coprirsi la gola, il suo punto debole. Portava sempre con se un foulard leggero perché ad un certo punto della giornata sentiva l’esigenza di coprirsi la gola. Ma quella sera nella fretta lo aveva dimenticato a casa. Avvertiva sempre un dolore o semplicemente un fastidio, perché aveva parlato troppo o perché si era alzato un po’ di vento o come una sorta di difesa. Consumava parole, troppe e sempre, amava parlare lei tirando fuori milioni di frasi per spiegare e raccontare, quanta fatica quando avrebbe potuto più semplicemente guardarlo negli occhi e lui avrebbe compreso ogni cosa.
Così fu quella sera quando lui invece di rientrare a casa a piedi, come avevano sempre fatto, la condusse nel vicolo dove ad attenderli c’era gondola e gondoliere. Lei non disse nulla. Si coprì la gola con la sciarpa di seta che lui aveva tolto dal suo collo, ne senti forte il profumo, la prese per mano, l’aiutó a salire, tiró fuori il suo pacchetto di sigarette 555 e ne accese una. “Rimani qui ancora un po’…”, gli occhi lucidi e neri come il pozzo profondo in cui era precipitato da quando l’aveva conosciuta. Quel giorno in cui le aveva scattato la foto-fumetto a sua insaputa e l’aveva fermata mettendosi tra lei e il resto del mondo “lo so lo so lo so ti arrabbierai tantissimo… ma non potevo fare a meno di offrirti la possibilità di renderti la donna più felice della terra. Io potrei, io saprei ma soprattutto io vorrei…”. Lei aveva sorriso lievemente come quello sguardo che hanno certe bambole antiche. Venezia, lo straniero dagli occhi a mandorla, la Nikon, le sigarette n. 555 e tutto il resto lontano anni luce. “Va bene, ma solo un caffè…”. Così le settimane si susseguirono una all’altra con lui che avrebbe dato la vita ogni giorno solo per vederla sorridere e lei che sorrideva lievemente come una bambola antica solo per renderlo felice.

Scattava foto di continuo, era come ossessionato, trascorreva ore infinite chiuso nel suo piccolo regno buio a svilupparle, centinaia di scatti appesi dappertutto. I suoi occhi giganti erano ovunque si posasse lo sguardo, aveva tappezzato la casa con gigantografie del suo sguardo, cercava di rubare istanti di follia e di magia posseduti nel suo corpo come lame che lo trafiggevano costantemente. Sanguinava, ogni suo più piccolo brandello di corpo era colpito, esanime ed in fin di vita se ne andava in giro per le strade, non lasciava mai la sua macchina fotografica per non perdere l’occasione dello scatto che gli avrebbe consentito la conoscenza più intima e più vera di lei. E si contorceva dall’ansia e dalla commozione pensando che lo scatto più bello avrebbe potuto coglierlo quando lei era da un’altra parte e lui non c’era. Non avrebbe voluto lasciarla mai per non perdere quello che lui amava definire “l’attimo perfetto”. La inseguiva come un ragno, di soppiatto quasi nascosto pronto a spuntare fuori d’improvviso, le girava intorno, la seguiva da dietro pronto a cogliere quell’attimo meraviglioso in cui lei si sarebbe girata con aria smarrita come a cercarlo. “Dove sei?”, si voltava, toglieva gli occhiali da sole, si mordeva leggermente le labbra, metteva il broncio, simulava una preoccupazione, un profondo dolore, un colpo di vento le portava via il cappello, una mano poggiata sul fianco, l’altra intenta a sfilare il foulard con una lentezza che pareva fermasse il mondo. La guardavano tutti per strada, cercando di capire cosa fosse, quella creatura sensuale come una donna da bordello di alta classe e timida, dolce ed indifesa come una bimba che non ritrova la strada di casa. “Dove sei?”. E lui spuntava fuori qualche metro più avanti, d’improvviso, leggero come una foglia caduta dall’albero, e le si posava su una guancia, su un fianco, scivolava tra le braccia, girava tutt’intorno, poi si paralizzava davanti ai suoi occhi con i girasoli dentro, le carezzava la pelle morbida e profumata. “Fermati…così, senza parlare, aspetta, aspetta, aspetta”, ansimava come dopo aver fatto l’amore, tremava, solo il vento tra i capelli pareva dargli sollievo, scattava la foto ad occhi chiusi, inquadrando a caso, poi, come dopo aver fatto uno sforzo immane, respirava e tornava a vivere. La guardava sempre trattenendo il fiato, giocava a morire, mentre moriva davvero e non lo sapeva, che a morire davvero non ci si accorge nemmeno, e poi è troppo tardi e non si torna più indietro, ma si vive da morti, sempre come fosse ancora e solo l’ultimo istante in cui possiedi completamene la cosa più cara e ne vuoi ancora perché non credi mai veramente di averla tutta davvero e di averla tutta per te.

“Svegliati, apri gli occhi…”. Completamente nudo davanti a lei, nella sua bellezza più imponente, forte come un Dio, con gli occhi nascosti tra i capelli più neri degli occhi, le sussurrava ad un orecchio parole di tentazione. Voleva vederle i brividi negli occhi, gli stessi che gli percorrevano il corpo, sulla sua pelle lucida e liscia come tratteggiati da un leggero filo di matita. “Nel mio paese le donne sono tutte guerriere e imperatrici, regnano, comandano, possiedono il mondo, in te ritrovo il mio impero ed il mio regno, ma sei tu che siedi sul trono e ne tieni in pugno lo scettro, la mia devozione è totale”, la notte la teneva tra le sue braccia e le raccontava favole e leggende della sua terra ed esausto si addormentava come un bambino ingenuo e felice, ignaro del pericolo che stava correndo e del drago che lentamente se lo stava divorando con voracità e crudeltà, perché l’amore non risparmia e non lesina brandelli di anima e alla fine, per non lasciare traccia alcuna, brucia tutto senza pietà.

La cullava come fosse una bambola di pezza, la toccava come fosse di porcellana, con quella delicatezza che ti preme nelle mani per paura di sciupare o rompere qualcosa di prezioso, la respirava come ossigeno, la lavava con saponi francesi e spugne marine, le pettinava i capelli e la truccava in un rituale che sembrava non avesse mai fine. Sugli occhi un blu scurissimo a creare un contorno perfetto al loro colore di girasole, sulle guance una nuance cipria e sulle labbra un rosso rubino lucido e brillante. Nuda davanti allo specchio la invitava a vedere il suo riflesso, nuda, completamente nuda, truccata come una dea, tacchi altissimi ed un filo di perle. “Alzati, cammina, guardami”, in preda a deliri e visioni, iniziava a scattare centinaia di foto e infine le andava incontro per prendersi la sua opera d’arte e possederla fino a non avere più forze, entrambi svenivano in un sonno lunghissimo ormai senza più rendersi conto dell’alternarsi continuo ed incessante, quanto inevitabile, del giorno e della notte.

 

 

 

 

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