Lo straniero (parte 2)

Avevo immaginato che tu fossi un fotografo, imparai col tempo a capire che ogni tua passione la inseguivi con ossessione, assillo, tormento e sottile perversione, perfezionista, collezionista di istanti compiuti, le vivevi come realizzazione e coronamento esemplare, ideale, pretendevi l’eccellenza e creavi solamente bellezza. Eri un musicista, ma lo venni a sapere molto tempo dopo il nostro primo incontro. “Devo partire la prossima settimana, ho un concerto e poi un altro e un altro subito dopo, inizio la tournée”. Eri assorto in una specie di disperazione, deliravi e ansimavi mentre al buio nascondevi il volto, stavi piangendo “Non ho nessuna voglia di partire, non ho provato, ho saltato gli incontri con l’orchestra, non mi sento pronto”. Era la prima volta che mi parlavi di te e del tuo lavoro, non sapevo cosa rispondere, non sapevo nulla della tua vita, mi raccontavi sempre storie bellissime che spesso inventavi solo per me, sapevi quanto mi piacesse ascoltare la tua voce lenta e accaldata mentre ti avvicinavi al mio orecchio e mi sussurravi leggende di principesse con gli occhi di girasole vestite di seta lucida e preziosa di cui ormai mi ricoprivi ad ogni nostro incontro. Non avevi toccato nulla a cena, continuavi a bere il tuo vino di un rosso vivo, violento e profondo come il tuo corpo. Eri un musicista, lo scoprivo con meraviglia, suonavi in una orchestra, giravi il mondo, potevo immaginarti mentre con gli occhi chiusi scuotevi la testa ad ogni nota facendo scivolare i tuoi capelli bellissimi sui tuoi sguardi misteriosi. Mi alzai un momento e mi avvicinai alla vetrata, Venezia era muta, come me, l’acqua brillava sotto le luci dei lampioni, le gondole in fila a dipingere uno scenario d’incanto. “Fermati, non ti muovere, voglio rubarti, non prenderti, portati via dai tuoi pensieri, sarai un bagaglio insieme a tutti gli altri, piena di carezze, sussurri, baci…non ti muovere, ti prego”. Ti ascoltai, come facevo sempre, trattenni persino il respiro, sentivo i click della tua macchina fotografica, a raffica come un fucile, mi colpivi alle spalle ed io non opponevo alcuna resistenza, come sempre, sapevo come andava a finire, subito dopo ti saresti avvicinato, come sempre, prima di te arrivava l’odore della tua sigaretta n. 555, con l’altra mano mi scioglievi i capelli e mi toglievi il vestito, come sempre, con una mano iniziavi a sfiorare i contorni del mio viso, poi il collo, la schiena, i fianchi e iniziavi a baciarmi, come sempre, vorace affamato dilaniato da un desiderio che non si placava mai, poi mi avresti portata nella vasca di legno pregiato che avevi fatto arrivare direttamente da Dunhuang, il rituale era un’altra delle tue ossessioni, nell’acqua facevi scivolare oli e sali profumati, il cui odore si mescolava a quello di decine di candele rosse. Mentre mi massaggiavi delicatamente ogni parte del corpo avvicinavi le tue labbra al mio orecchio ed iniziavi a spiegarmi ogni singolo passaggio. “L’Ofuro non è un semplice bagno, ma un vero rituale per purificare il corpo, il cipresso ha delle proprietà divine, durevole, incorruttibile affidabile. Il suo maggior pregio è proprio la durabilità, raggiunge e supera i 500 anni, ma se ne conoscono esemplari millenari, nel  nord Africa esemplari raggiungerebbero l’età di 4000 anni, pianta immortale legata tanto alla vita quanto alla morte. Gli antichi lo chiamavano primo albero del paradiso, la sua forma vagamente fallica lo rende simbolo di fertilità”. Eri tu quell’albero, sapevo che ti piaceva parlarne cosi tanto perché gli somigliavi. Era di te che stavi parlando. Nel farlo potevo vedere la trasformazione, ciò che accadeva sul tuo corpo meraviglioso, la pelle tesa, lucida, perfetta, liscia, senza alcuna traccia del tempo che passa, diventavi immortale, eterno, divino, avevi l’odore dell’animale che bracca la preda, certo che di lì a poco ne inghiottirà fino all’ultimo pezzo, gli occhi riflettevano la mia resa incondizionata, i tuoi muscoli diventavano giganti, le viscere si contorcevano, ne potevo sentire il suono, fingevo di non conoscere l’attacco impreveduto,  mi prendevi il collo a morsi, assumevi l’aspetto del carnefice, ma io non avevo paura, anzi, non aspettavo altro. Ipotizzavo tutti quei giorni senza di te, lontano chissà dove e per chissà quanto tempo, se mai fossi partito, immaginavo un tuo rientro improvviso, agonizzante sognavo l’interruzione della tua tournée, avrei voluto supplicarti in ginocchio di non lasciarmi sola per così tanto tempo, ma non pensavo ad altro che al tuo imminente attacco, come un animale affamato e feroce che insegue la preda, la raggiunge e la sbrana, non avevo altro pensiero che soccombere sotto l’attacco improvviso. Accadeva che smettessi di parlare, il lasso di tempo si ampliava di volta in volta, soffiavi sulle candele una ad una, lentamente, sempre più lentamente, sapevo che all’ultima candela ancora accesa mi avresti tirata fuori dalla vasca con rabbia ed istinto primordiale, completamente fuori controllo mi afferravi, sentivo solo il rumore dell’acqua che trasbordava dalla vasca ed immaginavo il resto in frantumi, scardinavi ogni possibile resistenza, che neppure mai è esistita, potevo sentire l’odore del fuoco, il nero sulle pareti, il fumo negli occhi, il calore della fiamma. Era una visione apocalittica che mi paralizzava. Come avrei potuto fare a meno di tutto questo? Tutto a pezzi, la furia era incontrollabile. “Tu sei mia, tu sei mia” mi stringevi le guance con la tua mano elegante, da suonatore di viola, ma con forza e mi urlavi addosso le stesse parole ormai da mesi “Tu sei mia, tu sei mia”. Incantavi le platee, ma io non lo sapevo, incatenavi il pubblico alle poltrone, ipnotizzavi i loro sguardi, anche loro, come me, avrebbero voluto urlarti “pietà”, ma in silenzio, immobili, rapiti, come me, non potevano fare altro che ascoltare le tue note, così come io ascoltavo le tue parole, con loro facevo l’amore ben prima di incontrare il tuo corpo, con loro ci vivevo consapevole che altro modo non era più possibile, il mio straniero narratore di leggende, eroe, figlio di un mortale e di una dea, dalle gesta prodigiose e miracolose, il mio Dio al di là di ogni irragionevole dubbio.

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