Lo straniero (parte III)

 

Al mio risveglio il grigio di un cupo mattino ti aveva portato lontano, lontanissimo da me. Non c’eri, non c’era il profumo del caffè, il fiore sul comodino, i tuoi vestiti, la tua valigia, il tuo odore. Avevi portato via tutto, avevi deciso di partire, ed io non sapevo neppure la destinazione, la durata del tuo viaggio, il tuo rientro, se mai fossi tornato dal luogo misterioso in cui ti eri rifugiato, lontano da me era come un riposo di cui avevi bisogno dopo due, tre o quattro dei nostri incontri.

“Mi possiedi completamente con il tuo orgoglio di essere donna che mi pone al centro dell’universo, un privilegiato, desiderato, un trofeo nelle tue mani che non ostenti, tutt’altro, con riserbo e grazia custodisci nel tuo scrigno. Mi tieni a lungo dentro di te, come fossi uno dei tuoi organi vitali, di cui non puoi fare a meno per vivere. Mi nutri con moderazione, mi affami durante le tue lunghe assenze, e quando sono lì, molto vicino a morire di stenti, ti presenti, discreta e sinuosa, come un serpente, prima di vederti posso sentire distintamente il tuo sibilo e prima che io possa difendermi, ma in realtà non ci ho mai neppure pensato, tu sferri il colpo, l’attacco mortale, rimetti in circolo il tuo veleno con un semplice bacio che non è né semplice né bacio, vorace come lupo, mansueta come agnello, veloce come aquila, semplicemente ti presenti dinanzi a me ed io mi sento privato di ogni forza ancora prima di cominciare a prenderti, sfinito, sfiancato, sconfitto, banale sarebbe la resa, invece…”.

T’avrei ascoltato per secoli, in silenzio come non so stare mai, eppure tu mi privi finanche del bene mio più prezioso, le parole. Estasiata ti osservo, spesso finanche di spalle, riesco a vedere ogni tuo passo ed a prevedere ogni tua mossa, eppure aggiungi sempre qualcosa di nuovo ai tuoi rituali che riproponi perfezionati, adornati, impreziositi perché tu avevi voglia di me, veramente voglia di me e di stupirmi ad ogni mossa ne avevi fatto un’arte come ogni tuo gesto di rara meraviglia. Eri un favoloso maestro di kungfu, con abilità e maestria eseguivi i tuoi esercizi, ogni volta allo stesso orario e per lo stesso tempo, io fingevo di leggere per non disturbarti e non distrarti, tu eri assorto come in una specie di trance, la tua espressione distante, i muscoli tesi, il petto nudo, a tratti lanciavi urli liberatori nella tua lingua incomprensibile. A volte, quando eri quasi alla fine, mi alzavo dal letto e mi avvicinavo, eri capace di rimanere nella stessa posizione un tempo infinito, ad occhi chiusi, la pelle madida di sudore, lucida, brillante, liscia come il velluto. Tu immobile, io accanto. Iniziavo a sfiorarti simulando una danza lentissima. Ti giravo intorno, esaminavo ogni parte del tuo corpo, bellissimo, sentivo il tuo respiro ed il battito accelerato. Mi avvinghiavo a te, a volte davanti, a volte da dietro, rimanevi ancora fermo per qualche minuto, poi iniziavi a parlarmi nella tua lingua, il pinghua. “Wo keyi zhao zhang xiang ma?” era la prima cosa che mi avevi detto, io avevo sorriso e tu eri rimasto sconvolto da quella immagine. Ogni tanto, per ricordare quel momento, ripetevi la stessa frase “Wo keyi zhao zhang xiang ma?” ed io sorridevo allo stesso modo e tu ripiombavi nel tuo silenzio triste. “Mi sorridi ancora come la prima volta ma io non provo più la stessa emozione. Allora ero un uomo libero, oggi sono schiavo, legato a te come fossi il sasso che mi sono attaccato al collo deciso a lanciarmi nell’immensità del mare, pronto a morire. Allora avevo sorriso anche io, oggi sei tu sola a sorridere mentre io avrei solo voglia di piangere”.

“Te ne stai andando?” continuamente lo ripetevi. Se mi alzavo dalla sedia, se andavo in bagno, se ti svegliavi e non mi trovavi accanto a te nel letto, se uscivo a fare la spesa, se andavo in terrazza a fumare una sigaretta. “Te ne stai andando?” era la frase che ripetevi più spesso insieme a wo keyi zhao zhang xiang ma, posso scattare una foto?

Questa volta, e per la prima volta, era stato lui ad andare via. Mi chiedevo se sarebbe mai tornato e cosa avrei fatto durante la sua assenza. Mi ero abituata alle sue mani, così come ci si abitua al sole, alla pioggia, al vento, ai temporali estivi che d’improvviso arrivano e d’improvviso finiscono. Ero rimasta immobile sul letto come fossi di pietra, non sentivo più le gambe, intorpidite, un blocco unico di marmo freddo, gelido, inespressivo. Mi piaceva fare la statua, come lui desiderava tante volte. Mi osservava iniziando dai piedi, quello sguardo che non potevo vedere perché mi costringeva a stare ad occhi chiusi, immobile, fredda, impenetrabile, irraggiungibile. Non so quanto tempo avrebbe trascorso così, come in uno stato di ipnosi, contemplativo, esaltato nella sua visione di qualcosa che giudicava perfetto e che gli provocava una sorta di imbarazzo, come fosse un bambino che vede il mare per la prima volta. Non tentavo neppure di modificare la mia posizione, a tratti sentivo la schiena spezzata, avrei voluto girarmi su un fianco, ma non ero io a farlo, lui mi prendeva come fossi una bambola, con le sue mani grandi, mi faceva scivolare da un lato e continuava ad osservarmi, ed iniziava i suoi racconti, favole d’avventura e di coraggio, in cui l’interprete era sempre lui ed io la protagonista assoluta, capitata per caso, per sventura o per fortuna, non riuscivo a rendermi conto. Tramava qualcosa, ogni volta, faceva accadere le cose come fossero fiocchi di neve precipitati sul deserto. Ero oasi o arsura mortale. A volte l’una a volte l’altra. Ma il lieto fine c’era sempre, lui nelle favole era felice. Ma la realtà lo terrorizzava. Aveva amato moltissimo, in un tempo lontano o forse no. Avrebbe voluto tenermi in quella posizione per un tempo lunghissimo, voleva mettere alla prova la mia pazienza, credeva che prima o poi avessi ceduto, in un moto di stanchezza, ma io, che avevo capito, assecondavo ogni suo desiderio, anche perché la ricompensa era straordinaria. Soddisfatto, lui, diventava potente come un uragano, non lasciava nulla di intatto, brandelli di me si disperdevano in luoghi non certo geografici, l’anima si contemplava da sola e perduta e perdente mi sentivo una donna compiuta. A volte capitava anche che uscissimo a passeggio, come una coppia normale, ma i passi non erano che cento o forse meno e poi il bisogno di ritornare in quella casa diventava insofferenza insopportabile ad ogni altro stimolo o avvenimento. Il frastuono della vita che scorre regolare e puntuale rappresentava sempre più un disturbo al nostro bisogno di contemplazione dei reciproci possedimenti. Eravamo re e sentivamo forte il dovere di tutelare e salvaguardare i nostri regni da possibili ed improvvisi attacchi esterni, che di certo sarebbero stati innocui, ma pur sempre avrebbero rappresentato disturbi superflui ed insignificanti, quando tutto in noi e per noi aveva un significato profondo e dilaniante che necessitava di dedizione assoluta.

Non mi ero accorta subito di quelle cicatrici sulla schiena, non ci avevo fatto caso, la penombra era tutto ciò che chiedevi senza possibilità di replica. Le vidi molto tempo dopo. “Niente, non ti preoccupare, continua a dormire, è stato solo un brutto sogno, vado a fumare una sigaretta”, mi dicevi così quando sembrava squarciassi l’universo con quelle grida in piena notte e quei tuoi improvvisi salti nel letto, e quando alle grida si aggiunsero parole, frasi, io continuai a credere fosse sempre e solo un brutto sogno, non comprendevo la tua lingua, non potevo minimamente immaginare che cosa urlassi in quei momenti in cui terrorizzato e pallido come un fantasma, saltavi fuori dal letto e andavi fuori a fumare. “Niente, solo un brutto sogno, non è niente, stai tranquilla” mi carezzavi la fronte, mi davi un bacio, mi sfioravi il volto e ti vedevo sparire dietro la tenda color rosso cinabro, anche in quella ci avevi voluto mettere un tuo tocco personale, ricordando le lacche cinesi. Nulla era casuale nella tua casa monumentale, dove tutto era esattamente nel posto in cui sarebbe stato meglio, ti veniva d’istinto, la perfetta collocazione di ogni prezioso oggetto portato da terre diverse e lontane, la luce migliore per illuminare questo piuttosto che quest’altro magnifico pezzo trasportato con cura o fatto arrivare con esaltata attenzione. Doveva giungere l’aria in ogni angolo della casa, adoravi guardare ondeggiare i tendaggi, mi esortavi ad indossare lunghe gonne leggerissime ed aperte su due lati, soprattutto quando uscivamo e tirava un forte vento, pretendevi portassi i capelli sciolti. Mi lasciavi fare qualche passo da sola per distanziarti da me quel giusto che ti consentisse la visione di me trafitta e colpita dal vento, la gonna sollevata, le gambe scoperte, i capelli scomposti ed il movimento delle braccia che, inutilmente, tentavano di difendere abiti e capelli dalla furia del vento. “Non ti difendere mai da nulla, non ti proteggere, non ti nascondere, neppure dal vento, perché disperdi solo energia, è tutto così inutile, accade lo stesso ciò che deve accadere, indipendentemente dal tuo volere”. Finalmente avevo a fianco un uomo che sapeva parlarmi ma soprattutto un uomo che riusciva a farmi stare zitta, quanto a lungo avevo desiderato quel mio silenzio, ma con le parole avevo dovuto sempre intervenire per creare la sostanza che non c’era e colmare il vuoto in cui, altrimenti, sarei precipitata rovinosamente.

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