uomini deboli e il vile castigo del fuoco

Uomini deboli
e il vile castigo del fuoco

di Dacia Maraini

Il racconto è sempre lo stesso: ecco un uomo e una donna che una volta si sono amati. Poi lui diventa geloso della autonomia di lei, sospetta inganni, tradimenti, mentre lui magari la raggira allegramente, ma non tollera che lo faccia lei. Soprattutto non tollera di essere lasciato. Ma cosa esplode nella testa di questi uomini deboli che si attaccano disperati alla loro proprietà? Non si tratta di amore infatti, per quanto ne parlino molto, ma di dominio. La dannazione di una cultura che identifica la virilità col possesso. Se il possesso cede, la virilità va in frantumi e l’uomo entra in crisi, al punto di trasformarsi in un assassino. Il fuoco poi è simbolicamente e atrocemente segno di una punizione catartica. Il fuoco purifica, il fuoco cancella, il fuoco annulla. Si brucia ciò che non può essere distrutto in altro modo. Si bruciano i corpi morti, si bruciano i resti ingombranti. Spesso viene chiamato a testimoniare della propria volontà di punizione un dio feroce e vendicativo: il dio della fiamma, quel dio che voleva le streghe al rogo.

I capelli lunghi venivano cosparsi di pece perché si accendessero subito crepitando allegramente ed esplodessero in strisce lucide e scintillanti. Dovevano essere vive le peccatrici, perché il castigo fosse pieno e atroce. Quante donne sono state bruciate vive nei secoli scorsi in nome di un dio padre padrone. Ma oggi, dopo tante conquiste, tante dichiarazioni di emancipazione, come può succedere che un uomo in crisi, passi dal sentimento di nullità e di abbandono all’onnipotenza del destino che colpisce, immobilizza, brucia il corpo vivo di una donna che dice di amare? Ancora l’ombra, l’eco di quel padre padrone che lo ossessiona come un desiderio mai soddisfatto?

Cara Vania. Ti siamo vicini. Vicini al tuo corpo martoriato. Vorremmo dirti di non lasciarti andare alla disperazione e alla paura, di affidarti a quelle parti del corpo ancora intatte per fare lo sforzo immane di sopravvivere allo sconcio e all’odio disumano di chi non sa soffrire e pensa di recuperare la sua potenza facendo soffrire gli altri. Non è la vendetta che ci interessa. Non è infierendo su chi infierisce che si cambiano le cose. Quello che vorremmo è una presa di consapevolezza comune, un’altra interpretazione della parola amore. Che pure esiste. Dobbiamo solo riconoscerla dentro di noi al posto del sospetto e dell’odio

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